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Archivio mensile:marzo 2015

E va bene. Ho riletto a distanza di una vita “Il giovane Holden” (credo all’epoca di averlo lasciato a metà eccetera eccetera). Che dire? Ecco dieci cose per cui vale la pena leggerlo

  1. Perché Holden Caulfield è un autentico, geniale e irresistibile “cazzaro”
  2. Perché nel romanzo non c’è una parola di troppo
  3. Perché il libro è del 1951 e potrebbe essere stato scritto ieri
  4. Perché è scritto dannatamente bene, eccetera eccetera
  5. Perché da qui si capisce tutto, da Gioventù Bruciata alla Beat Generation, al Sessantotto e oltre.
  6. Perché Salinger copre in 250 pagine (sparo un numero a caso, l’ho letto in Ebook) un arco temporale di pochi giorni e non annoia mai
  7. Perché gli Stati Uniti appena usciti dalla guerra riuscirono a metabolizzare questo romanzo (che era un pugno nello stomaco) dimostrando di essere, in questo, un grande paese
  8. Perché, come dice ad un certo punto del libro il professor Antolini “Ciò che distingue l’uomo immaturo è che vuole morire nobilmente per una causa, mentre ciò che distingue l’uomo maturo è che vuole umilmente vivere per essa”
  9. Perché questo libro viola le leggi del romanzo, è uno dei pochissimi in cui non c’è, di fatto, “un inizio, uno sviluppo e una fine”, tra la prima e l’ultima pagina il protagonista non cambia, eppure è un capolavoro
  10. Perché Holden, diciamolo, sei tutti noi

Con Gianni Spinelli abbiamo lavorato ai tempi di Meridiani e la sua passione per il giornalismo e la scrittura mi hanno sempre colpito. Non ci siamo mai incontrati, ma l’affinità delle passioni è a suo modo già un incontro. E così segnalo volentieri il suo libro “Settanta volte donna” (Gelsorosso) che potete trovare qui

http://www.ibs.it/code/9788898286232/spinelli-gianni/settanta-volte-donna.html

CoverSpinelli

E poi, diciamolo, Gianni Spinelli è un “breriano” DOC. Questo non può passare sotto silenzio. Brera fu un gigante e un galantuomo. Di quelli che da ragazzo mi fecero amare il giornalismo. (Ci avrebbero pensato altri, negli anni, a rovinare tutto).

Dopo Pista Nera e La costola di Adamo c’era un certo interesse (non solo mio a quanto ho letto qua e là nelle pagine culturali) per il nuovo libro di Antonio Manzini con il suo commissario Rocco Schiavone (non proprio simpaticissimo, ma ormai da qualche tempo i commissari sono piuttosto supponenti per non dire odiosetti). A fine lettura nessuna delusione, sia chiaro. E’ un bel giallo, interessante, avvincente e quant’altro. Con una certa dose di buona volontà può essere definito “noir d’azione” come vuole l’introduzione editoriale. Complimenti, complimenti, ma …. Manzini non spicca mai il volo, e questo è un buon prodotto onesto, ma non ti prende il cuore, e non senti neppure un brivido e alla fine chiudi il romanzo con un po’ di rassegnazione. Ti chiedi se ti è piaciuto e ti rispondi: massì. Niente di più.